Il potere di uno sguardo


 

Scegliere lo stato dell’intestazione della mia lettera non è cosa facile, potrei indirizzare le mie parole solo ad alcuni o a tutto il mondo ma scelgo di scrivere così:
«Care persone, lontane dall’idea del male che uno sguardo o un torcere di bocca può fare e ancora più lontane dall’idea che dentro a un corpo contorto nella paralisi, in occhi poco espressivi o in incerti movimenti ci sia un cervello che pulsa, che pensa che fa domande e riflessioni, ma non ha voce per esprimersi per farsi sentire e per mandare il suo richiamo presente, riflettete voi, perfette macchine di vita, graziate dalla lista che accoltella riservando il destino di «normale» o «diverso»: se una parola ferisce, che cosa produce uno sguardo di pietà segnato da un sorriso di compassione o di scherno?
Portano vergogna in chi li riceve, paura perché il nostro posto di diversi è sempre nell’angolo dove in pochi vedono, dove non realizziamo intralcio o emozioni di severa pena per i genitori, generatori di una disgraziata vita.
Lontano da me porterei la diversità se potessi.
Mi sono svegliato alla nascita così. Non ho fatto richiesta della mia diversità: è nata in me. In un freddo giorno di dicembre è nato questo essere misterioso e difficile. Stendo il velo sul dolore dei miei genitori che credevano nel potere della vita.
Pensate gente, se ogni diverso che incontrate, se ogni handicappato fosse non solo un fisico morto, ma se in quel corpo ci fosse anche una mente viva e dinamica, che cosa pensereste?
Mi sono trovato spesso davanti a sguardi stupiti e tanto dolore ho sempre sentito, tanto travolgente da mostrare solo il brutto di me.
La verità è che so pensare e riflettere, so soffrire e piangere, so scrivere di me, anche se la voce mi tradisce e produce sconnesse parole.
Non avrò un lavoro di prestigio, né una famiglia tutta per me: avrò fatiche, limiti e sempre diversità.
Realizzerò pochi obiettivi e poco darò alla società; non potrò cancellare la mia diversità, ma vorrei che tutti vedessero che sono un ragazzo vero, vorrei sguardi di portata normale oppure preferirei l’indifferenza, perché la pietà altrui, quella priva di vero amore, mi rende ancora più diverso. Non farò vanto di ciò che sono riuscito a fare, perché ho portato fuori da me ciò che ogni essere può fare, se messo nelle giuste condizioni.
Spesso desidererei non essere visto, ma vorrei di più la normalità.
Non credo di poter cambiare le persone, ma giusto un pensiero vorrei scatenare».

Alberto Palentini

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tratto da “Un leone in gabbia”

 


1 Comment

  1. Annamaria Coltro

    settembre 2, 2014 at 8:50 pm

    Caro Alberto, ho letto la tua lettera “Il potere di uno sguardo” e prima il tuo libro”Un leone in gabbia” che ho ripreso in mano anche durante le piovose vacanze in montagna.
    Quando sento i titoli di alcuni libri che propongono come testi di narrativa a scuola mi vengono i brividi e vorrei davvero proporre il tuo libro come testo narrativo e soprattutto educativo per tanti ragazzi di oggi che, pur avendo tutto, non hanno niente perché non sanno cogliere il valore di quanto hanno ricevuto. E’ un testo di filosofia, di teologia, di sociologia. Soprattutto di Vita Vera. Grazie Alberto!
    Tornando alla lettera ora pubblicata mi chiedo se a volte ho guardato anch’io qualche volta le persone “diverse” con compassione e se il mio sguardo, le mie parole possono averle fatte soffrire. In tal caso chiedo scusa, ma a volte provare compassione è “patire con”, farsi carico della sofferenza dell’altro e quando la comunicazione non è facile, sia per l’una che per l’altra parte, ci si può fraintendere, ma non offendere. Se fatto con amore.
    Buona notte.

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